Feridun Zaimoglu, German amok

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ph. Florindo Rilli

Non ci sono grandi idee a monte, niente complicazioni che sconvolgono l’esistenza, niente ombre né follia. A quanto pare oggi al pittore impegnato piace unicamente raffigurare oggetti di uso comune: dipinge tazze e bicchieri, e per lui un accendino gettato via è sufficiente a trasformarsi in icona del consumismo. È figlio delle piccole cose, che moltiplica e immerge in una luce epifanica. Impila vecchi barattoli di caffè, ed è tormentato dalla paura che la latta possa luccicare come metallo prezioso, possa rinviare a un ordine trascendentale, metaforico. La “situazione conreta” è la sua espressione favorita, mentre la storia per lui non è altro che la concatenazione di date e cicli transeunti. All’artista oggi non interessa la materia, gli basta conoscere la tensione in superficie; servendosi di trucchi e tecniche pittoriche che ogni mezza calzetta di docente di accademia di belle arti è in grado di insegnare, il pittore impegnato riesce a dare forma passabile alla sua idea. Bisogna buttare in strada simili opere d’arte, esporle alla pioggia, al caldo e all’ira dei passanti: la distruzione di questi quadracci scadenti è un sacrosanto dovere.

Michele De Lucchi, 12 racconti con casette

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[Piccole meraviglie che si trovano solo alla libreria del museo del ‘900 di Milano]

Quella cicatrice diagonale sul muro in basso, quella traccia mal celata di una scala che c’era e adesso non c’è più, mi riporta alla mente quell’uomo che leggeva la vita degli oggetti. A lui gli oggetti parlavano e con lui non avevano segreti. Segni, graffi, ammaccature, macchie, scalfiture, tutto serviva per svelare una storia, tutto diventava indizio di un tempo che avrebbe voluto non farsi riconoscere ma che con lui non poteva nascondersi.
Tracce: le cercava dappertutto e dove non c’erano le cercava ancora perché sapeva che c’erano e sempre le trovava.

L’invenzione del corpo – “Casa di bambola” di Azusa Itagaki su Biblioteca Giapponese

Il tema delle bambole o della donna fatta bambola non è infrequente nella letteratura nipponica contemporanea: basti pensare al racconto La dimora delle bambole di Mishima Yukio o al celebre romanzo La casa delle belle addormentate di Kawabata Yasunari.
Per questa ragione, oggi Biblioteca giapponese ha il piacere di ospitare un affascinte saggio (correlato di fotografie) di Mariella Soldo che, partendo dall’esposizione Casa di bambola di Azusa Itagaki (visitabile a Bari sino al 5 dicembre), non soltanto traccia un percorso di interpretazione della mostra, ma evidenzia inoltre i diversi significati che la bambola può assumere nella cultura del Sol Levante: feticcio, amorosa proiezione, icona, e molto altro ancora. Buona lettura. A volte ci rechiamo alle mostre con l’assoluta certezza di ciò che vedremo, altre con la consapevolezza di conoscere qualcosa a riguardo, scoprendo, successivamente, molto di più. Ed è ciò che accade attualmente all’art gallery Fabrica Fluxus di Bari, che ha allestito un’esposizione fotografica dell’artista giapponese Azusa Itagaki, dedicata alle bambole.

“Quelle raffigurate non sono semplici prodotti di fabbrica. Non sono neanche donne. Non sono carne, non sono silicone. Sono qualcosa di più, esseri che parlano in silenzio, che raccontano attraverso il corpo. Oltre i loro occhi, modellati da un’apparente staticità, si nasconde la storia di chi le circonda. Le Love dolls, da non confondere con le Sex dolls, non vengono usate semplicemente come manichini o soggetti fotografici, ma anche come compagne di vita.” (continua qui)