Feridun Zaimoglu, German amok

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ph. Florindo Rilli

Non ci sono grandi idee a monte, niente complicazioni che sconvolgono l’esistenza, niente ombre né follia. A quanto pare oggi al pittore impegnato piace unicamente raffigurare oggetti di uso comune: dipinge tazze e bicchieri, e per lui un accendino gettato via è sufficiente a trasformarsi in icona del consumismo. È figlio delle piccole cose, che moltiplica e immerge in una luce epifanica. Impila vecchi barattoli di caffè, ed è tormentato dalla paura che la latta possa luccicare come metallo prezioso, possa rinviare a un ordine trascendentale, metaforico. La “situazione conreta” è la sua espressione favorita, mentre la storia per lui non è altro che la concatenazione di date e cicli transeunti. All’artista oggi non interessa la materia, gli basta conoscere la tensione in superficie; servendosi di trucchi e tecniche pittoriche che ogni mezza calzetta di docente di accademia di belle arti è in grado di insegnare, il pittore impegnato riesce a dare forma passabile alla sua idea. Bisogna buttare in strada simili opere d’arte, esporle alla pioggia, al caldo e all’ira dei passanti: la distruzione di questi quadracci scadenti è un sacrosanto dovere.

Yukio Mishima, Dopo il banchetto

 

hoshinoCom’era possibile che le emozioni che una volta avevano divampato con tanto furore potessero volare via senza lasciare traccia? Ne sfuggiva a Kazu la ragione. Non riusciva a capire dove fossero andate a finire le sensazioni che un tempo erano pur concretamente passate per il suo corpo. L’idea convenzionale che la maturità si conquista via via che si accumulano esperienze di ogni tipo, le suonava falsa. Le sembrava più giusto pensare che gli esseri umani sono come ciechi rigagnoli in cui scorrono rottami di ogni tipo, oppure come il selciato di un crocicchio solcato dalle ruote di veicoli che passano e dileguano. I rigagnoli s’insabbiano, il selciato si consuma. Eppure ci fu un tempo in cui festosamente s’inaugurarono.

Marcel Proust, Giornate di lettura

Non esistono forse giorni della nostra infanzia che abbiam vissuti tanto pienamente come quelli che abbiam creduto di aver trascorsi senza vivere, in compagnia d’un libro prediletto. Tutto quel che (a quanto ci sembrava) li riempiva per gli altri, e che
noi scartavamo come ostacoli volgari a un piacere divino, – il gioco per il quale un amico veniva a cercarci nel punto più interessante; l’ape o il raggio di sole che ci davan fastidio, costringendoci ad alzar gli occhi dalla pagina o a cambiar di posto; le provviste che ci erano state date per l’ora di merenda e che lasciavamo accanto a noi sul sedile, senza toccarle, mentre, sopra il nostro capo, il sole diminuiva di forza nel cielo azzurro; il pranzo che ci aveva obbligati a rientrare e durante il quale
pensavamo solo a salire, subito dopo, in camera, a terminare il capitolo interrotto, – tutto questo, di cui la lettura avrebbe dovuto farci sentire soltanto l’importunità, ne imprimeva invece in noi un ricordo talmente dolce (e, pel nostro giudizio attuale, più
prezioso di quel che leggevamo allora con amore) che, ancor oggi, se ci càpita di sfogliare quei libri di un tempo, li guardiamo come se fossero i soli calendari da noi conservati dei giorni che furono, e con la speranza di veder riflesse nelle loro pagine le dimore e gli stagni che più non esistono.