Dacia Maraini, La seduzione dell’altrove

Caro Giappone, con i tuoi odori di peschi in fiore, di dolci di soia, di pesce fritto e di sakè caldo che mi si sono stampati nella memoria olfattiva. Mi sei stato madre e padre, e hai lasciato tracce incancellabili sul mio destino. Ho ancora negli occhi le bombe che si disegnavano sul cielo terso, in una mattina nitida, nel campo di concentramento per antifascisti. Erano così lucide e splendenti quelle bombe contro il tuo cielo. Eppure venivano a portare morte e distruzione. Quella morte e quella distruzione che hanno preceduto l’accettazione umile di una sconfitta celeste. Ho ancora nelle mani il ricordo delle foglie di gelso che allineavano sui vassoi di legno, per nutrire i bachi da seta, quando riuscivo a sgattaiolare fra i fili spinati del campo, per andare a lavorare dai contadini, ricevendo in cambio una patata, un uovo, un bicchiere di latte.